Les Folies de... © RossogeranioG




Nella tela del ragno
© Greta Rossogeranio
 
 
 
L’anemica qualifica di disertore non è la più adatta per quest’uomo di mare, laborioso e solido.
Ma è difficile escogitarne un’altra.
 
Che cosa ci faccia in riva alla sorgente ogni sera, rimane per me un mistero.
Ho deciso di focalizzarlo appieno e la mia trama acquisisce una straordinaria vivacità, il sapore di un’avventura.
Fino ad ora c’erano solo tonalità calde, vivide, eccentriche che galleggiavano a fior d’acqua, in ordine sparso.
Adesso si tratta di rinnovare un disegno preciso, un intreccio netto.
Per la prima volta ideando una trama invisibile, ho volontariamente scartato quasi tutti i colori.
Rimane l’oro e il nero; le sue tinte preferite.
E più lucenti si fanno le sfumature dell’immaginazione, più è difficile mettersi composta in ascolto e abbozzare un sorriso.
 
Lui ha attraversato molti livelli, scomodando Dominanti e Arcani.
Ha steso oroscopi, organizzato viaggi e si è distinto in pittura e poesia d’avanguardia.
Quello stile libero e fecondo per allontanarsi dalla vita prima degli altri.
Non ha un pensiero centrale: la carriera, l’ambizione, la mercificazione.
Esiste e basta in questi spazi vuoti e aperti che gli conferiscono un’esasperante latitanza, spesso intollerabile.
Per tornare sempre indietro, con il bicchiere di doppio whisky in mano.
 
La sua mancanza di memoria deve essersi trasmessa alla mia persona, altrimenti non riesco a spiegare come mai nessuno sia in grado di raccontarmi com’è sorta questa nostra trappola totemica sconfinata.
Accadimento naturale che trova una dimensione quieta nelle ore del giorno.
Perché il trapasso non è una realtà e quindi non ha niente a che fare con l’esistere.
 
E’ l’oscurità ha ricamare il fato.
Quando sopraggiunge l’ora del disagio serale, sciogliamo le nostre membra in un brodo nero, dal muscolo divorante dei suoi tentacoli stanati tra le gabbie.
Affogati nel succo alcolico delle assidue diluizioni, dormiamo di un sonno preistorico, namibiano.
Continuando ad ignorarci a vicenda, riparati in meandri differenti.
Quindi sono arrivata fin qui, sull’orlo della sua notte, che si annuncia subdola e ribelle.
 
Stasera l’aria è calda, un velo afoso di foschia avvolge l’atmosfera.
Il temporale è in arrivo.
Gli stagni tetri dell’acqua giacciono immobili e pronti a rispecchiare l’evento.
I rospi cadono esausti all’ombra del canneto, sul tetto della casa colonica l’ultimo grido del pavone allucinato.
Si sente un vago odore di marcio.
La natura stessa che si crogiola sentendo l’urgenza di abbandonarsi.
I bar lungo la costa sono infervorati e zeppi di gentaglia, eccessivamente codarda per andare a puttane e troppo avara per mantenersi un’amica.
Nel crepuscolo nebuloso degli Dei pago il piacere dell’attesa, come un flusso inesauribile di marosi a disegnare l’ansa dei bianchi seni avvicendati sulle tenebre.
Il lento flusso liquido che spalanca la larga bocca su di me pensile in una ragnatela di rena.
La ridicola acconciatura vaporosa nel mio ordito oramai vuoto di contenuti.
 
"Stanami se vuoi".
 
Cammino scalza sulla spiaggia seguendo le tue orme informi.
Sono dipendente dalla barca solare che mi aspetta.
So già che a questa notte, si sovrapporranno migliaia di altre notti, di altre stanze e di altri corpi, ma sarà un’esperienza indimenticabile.
La nostra estensione è una sedia di giunco, due calendole sul davanzale, il tappeto egiziano e l’odore delle foglie d’artemisia.
Incredibile in pochi gesti forgiare un nido increato ad un qualsiasi livello di una qualunque altezza.
Modificare le nostre figure diritte e vestite, nel loro stato naturale.
Proprio l’aspetto fantomatico di ogni sequenza trascende gli oggetti per tornare ad essere corpo.
Ma se daremo la dentata, qualcosa andrà irrimediabilmente perduto.
Così si tesse l’incontro.
 
In piedi con le spalle al muro e il viso rivolto verso di te, alzo le braccia e giro lentamente su me stessa.
I gufi appollaiati fuori sui fili della luce tacciono e mi trapassano i globi.
Mi suggerisci quello che desidero ardentemente.
Una mano si apre verso la schiena e mi sfila la cerniera.
L’abito cade a scoprire un accenno di seno.
Mi libero di tutto, gettandolo da una parte, nell’attimo di un respiro.
In pochi secondi sono rimasta senza niente addosso, eccetto il mio solo anello.
Sono nuda come tanti anni fa, sorpresa dal mondo in un pomeriggio di sole.
 
"Prendimi se vuoi".
 
I peli del pube scendono seguendo la curva delle cosce, come le venature delle foglie convergono verso il peduncolo.
Qualcuno preme il bottone di un cd e dalle casse acustiche arriva la cantilena ipnotica di “Lullaby”.
Comincio a muovermi seguendo il ritmo del pianoforte e della chitarra.
Con un unico fascio di luce il tuo sguardo cade sulle mie piccole mani bianche.
Dopo l’accordo di una lunga nota, la tranche magnetica inizia un languido abbandono.
Il mio corpo si distende come un ramo dondolante sullo sfinimento dell’etere marino.
Con le gambe divaricate sento la rotazione del tronco risalire l’onda.
Porto la testa indietro; con gli occhi socchiusi, prillo lentamente le braccia.
Le mani iniziano a disegnare cerchi, con movenze iniziatiche fatali per invocare i geni.
La gestualità richiama l’anima e rimane in ascolto a sperimentare l’inconoscibile.
 
Sto per essere circondata da scintille serpeggianti.
Gli assenti osservano eccitati, ad assistere al restauro di un prezioso arazzo.
Senza manifestare.
Non riesco a fermarmi, non voglio.
Danzando con le spalle alla parete sento scorrere gli anni.
Il tempo torna indietro ai miei 16 anni, poi a 23, 28, 31, 36.
Costretta in cella di filo tenace, accolgo la misura di quanto ho perso, nel mio peregrinare.
Continuo a dimenarmi con avvitamenti più energici e febbrili.
Socchiudo le labbra e finalmente, sorrido.
Quante volte ho immaginato una scena simile ed ora che la compongo con il mio peso piuma, mi accorgo di sognare.
Nella semioscurità anche tu sei rimasto senza indumenti e mi guardi in maniera autoritaria, assolutistica.
Hai nello sguardo un riverbero senza remore.
 
"Accompagnami se vuoi".
 
La finestra è aperta.
I vetri riflettono come un doppio specchio gli alberi e i lampioni gialli sul litorale, ossequiati
e contrapposti al divincolarsi delle animate ombre cinesi.
Le tende bianche gonfiano gomiti nella dolce brezza del notturno.
Una fantastica visione.
Tutti i mutanti ballano nel proprio stato primordiale, padroni dei loro esseri.
Lontani anni luce dalle mode spicce di questo strato rivestito.
 
Mi prendi la mano, allineandoti con il busto lanoso.
Mi stringi al petto.
Le cosce si sfregano e le dita scivolano sui miei glutei.
Chiudo gli occhi facendomi trasportare dalla musica.
Avvampa un senso di vertigine.
Mi baci il collo, le guance, i capelli.
E’ Amore? Il mio caos trascendentale non si pone più domande.
E’ desiderio, il bisogno della natura umana.
Nella sua incontaminata e rinomata purezza.
Ti cingo la vita e inarco la schiena all’indietro.
I capezzoli sono così gonfi oramai sul punto di esplodere.
Tu inizi a mordicchiare le sporgenze purpuree e con il cuore in gola mi distendo lentamente per terra.
 
"Amami se vuoi".
 
Accoppiarmi sotto gli occhi degli altri significa dominare me stessa e varcare il mio limite.
Le labbra della vagina e il pene si sfiorano per aprire le porte bloccate da bizantini nodi e complessi grovigli.
Non riesco a fare a meno di avvinghiarmi al tuo inguine.
La tua bocca duttile e umida mi accoglie.
Sento uscire un liquido caldo e inconsapevole mentre qualcosa di lungo e corposo mi spinge dinamico il ventre.
Nemmeno un grido e vedere esplodere una litania psichedelica di nuovi colori, mai visti.
Una pioggia dorata che riempie lo spazio.
Nell’esalazione degli odori, penetro la consapevolezza di quanto ho guadagnato, nel mio divenire.
Il sermone sonoro sta cambiando.
La mano che mi stringe e accarezza nei punti più sensibili si ritrae.
Le luci si spengono e l’ambiente sprofonda nel buio spettrale.
Il corpo è inquieto come le mie pupille.
Un suono tetro e avaro attende il nostro ultimo giro di pista.
 
Il primo bagliore dell’alba comincia a staccarsi da terra in filamenti strani, per strofinarsi lungo i muri e srotolare le forme delle nostre sagome immortalate nella tela.
Ripetendo un movimento a ritroso.
E accaduto qualcosa d’irreparabile.
 
Ritorno sulla mia strada in una velatura immaginaria.
Il Ponte mobile del bacino liquefatto e trasparente fora il cancello dei due emisferi.
Mi lascio cadere sulla spiaggia.
La terra è ancora bagnata dalla pioggia.
Tra tutte le impronte d’acqua, le mie buche appaiono affogate.
Il Lungomare rimane assorto in uno strato onirico cosmologico costellato di cabine in fila a blocchi, simili a sbarramenti.
La sagoma poderosa del primo pavone spiega le sue appendici trasmutate in color porpora.
Le Ombre Rosse dell’alba si rizzano i piedi come lanciafiamme.
 
Esistono evidentemente due Mondi.
L’anemica versione che appartiene solo a noi due, persi ogni sera e immobili, in riva al mare.
La singolare combinazione di due ciclopiche forze spazzate nell’effimero fluir dell’onda.
Questo regno scenografico sostenuto da un tessuto decrittato e imperfetto, dove noi rimarremo
a guardia in due cripte ataviche e sconosciute.
Come aracnoide e la sua vedova nera, scaraventati a terra con pochi poderosi colpi d’ala.
A spalancare le fauci per emettere richiami di monito e d’avvertimento.
 
L’architettato si allunga.
Irrevocabile come superficie lungamente cercata, quest’uomo lo rispetto da lontano.
Elastico e sportivo come un ex atleta, detiene un primato mondiale di specialità.
Sopravvivere al tarantismo.
 
Nei misteriosi raggiri che il destino ha eletto, riscopro di nuovo i miei antichi sentori.
La ragione scritta in uno scompartimento rapido di un dedalo di varianti in oro, nero e luce.
La fanfara della ragione dalla quale non c’e’ ritorno. 
Quando per destino o forse per logica disattenzione,
si è stati morsi.
 
"Sfidami se vuoi".


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Quale sudario dovrò ancora vestire per sentirti mio?

Eppure abbiamo tracciato una linea retta, formata da infiniti, incalcolabili punti, ognuno partecipe e facente parte alla costituzione della nostra storia.

Abbandono le parole alle spiagge assolate del dolce vivere,  per inerpicarmi fra stretti viottoli di vita vissuta, dove le aspirazioni hanno luogo ed emergono in tutto il loro splendore,  ma anche nelle loro temibili ombre. Non ho occhi bendati e non credo particolarmente nella dea fortuna. Ho soltanto un cuore e una mente ormai affinati a essere sposa. La tua sposa.

Rivediamo i punti di congiunzione, o di dissuasione, in questa mia capacità di comprensione che forse è tanto totalizzante da lasciarmi inerme e stremata al pensiero di te, o forse ai tuoi occhi è solamente blasfema.

Nessuno può immaginare ciò che si agita nella profondità dell’animo umano, di quello altrui in particolare!

Non tutto ciò che si scrive fa piacere. Permettimi di fregarmene … non lo faccio mai, ma questa forse ne è occasione.

Ruotano le parole attorno ai pensieri o, come dice ormedelcaos non sono forse le stesse parole a generare i pensieri? Rimando a voi la risposta alla quale ognuno potrà, se vorrà, rispondere con più o meno doverosa perizia e pertinenza, con grave o acuta voglia a partecipare all’insieme che … non è solamente semantico … ma decisamente umano. Una favola come viatico, ben inteso se mi riesce, come tentativo di comunicazione. Molte parole sono state investite a riguardo eppure, in ogni circostanza, appare chiara la difficoltà stessa della comunicazione. Anche in questo momento lo è e la mia non è che uno scialbo tentativo, potremmo dire un tentacolo, tremendamente attratto verso la comprensione dell’essere e, per contrario,  a quella del non essere.

“ C’era un regno che aveva accesso alle porte del cielo. Era un cielo terrestre magari difficile da immaginare, ma era uno spazio di cielo tinteggiato così amabilmente che chi lo poteva per sua fortuna osservare, ne rimaneva incantato. Era uno sprazzo di cielo, pertanto esente da tutte le meschinità che caratterizzano l’essere umano … Ma straordinariamente era abitato da esseri celestiali, non molti in verità. Io ne posso contare solamente due: un uomo e una donna, semplicemente quei due. Lo spazio dove vivevano era un giardino dell’Eden, costruito a loro immagine, forse una sorta di reciproca scelta, un condizionamento vicendevole, un regno fatato, o qualcosa di simile.”

Quanto incide il nostro passato sulla vita reale e nel tempo di oggi? Esiste uno strumento che potrebbe misurare l’ampiezza d’angolo d’incidenza? Rimane il dubbio sulla sua esistenza , quindi calcoliamo per approssimazione …

“ In questo giardino dell’Eden era abitudine raccogliere i frutti, come dovuta compensa per il fatto stesso di essere stati prescelti quali abitanti del giardino. Ogni frutto profumava di nuovo, di delizia e primizia. Ogni giorno si raccontava d’amore e questo era buono, in forma eccelsa e fatta umana. La meraviglia e lo stupore quotidianamente rinnovabile facevano dei due esseri celestiali degli angeli. Uno era una donna, l’altro un uomo. Vivevano felici incuranti del loro passato, sicuri che non avrebbe condizionato il loro amore. Lui era un gigante metropolitano e lei una fata dei boschi. Sembrava un’unione perfetta! Forse era un’illusione.”

Esiste nostro malgrado, o per la fortuna di certi esseri,  una corruzione dilagante.

“La fata aveva vissuto da sempre fra zone aspre e rupestri, di immacolata neve e ruscelli cantanti. il gigante era avvezzo invece alle molteplici sfaccettature di una vita metropolitana. Ma erano convinti che i loro poli estremi si erano attratti proprio alla luce di questa diversità, per questo innegabile contrasto, che avrebbe potuto generare un’evoluzione della specie. Ma con l’andare del tempo ciò che rappresentava un’evoluzione, un orgoglio , un vanto di se stesso, e un non cadere in tentazione per uno, risultava invece quasi inaccettabile per l’altra. Due mondi diversi, due entità agli antipodi, un cuore in comune, e … sempre … la corruzione dilagante con cui il gigante deve fare i conti, quotidianamente, mentre la fata cammina sulla neve bianca con gli occhi rivolti sempre al cielo.”

Questo problema potrebbe avere una soluzione. Oggi non voglio trovarla!

 



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Fra i cespugli del Lilla'

Forse ci sono cespugli di lillà intorno all'albergo, con quei fiori 
penduli e profumati  ... anche se non li ho mai notati, ma dal nome 
dovrebbe essere proprio così!
O forse c' erano in un tempo andato, quando questa villa era divenuta  sede di presidi militari tedeschi durante la guerra.
Ogni volta che vi giungo non posso fare a meno di ammirare il grande 
scalone in pietra di calcare chiara, diviso nelle due rampe laterali 
d' accesso che raggiungono la terrazza centrale. E' impreziosita da 
una balaustra a colonnine tornite in pietra lavorata, sulle quali si 
adagiano i rami sottili e cadenti, pieni di fiori, dei gerani edera.
Eppure non e' questa l'entrata principale dell'albergo anche se prima  della ristrutturazione lo era e ne rimane a tutt'oggi l'impronta.

Ho la bocca piena dei tuoi baci. Quelli che mi hai dato pochi minuti fa, divorandomi quasi la lingua, i denti, le gengive, il respiro. Ho un sorriso che mi dilaga dentro e un inesauribile desiderio di te,  mentre arrivo al grande edificio scendendo lentamente con l’auto lungo la strada, per infilarmi nel  parcheggio e attendere il tuo arrivo.
Ho la pelle del viso, del collo e delle labbra già impregnata del tuo odore che aderisce rimanendo lì in una specie di sovrapposizione col mio e coi miei profumi ...
Ci siamo lasciati alle spalle l’acqua calda del lago, un po’ ristagnante in questo periodo e dove le anatre selvatiche, ormai padrone del lago, trovano la quiete per navigare tranquillamente a pelo dell’acqua, seguite da una frotta di piccoli cuccioli quaqquaraquanti, batuffoli di piume di un marrone così screziato che appare ocra chiaro. Ogni elemento naturale inclina al riposo, vestendosi dello spirito stesso di questa stagione autunnale.
E’ il tempo delle more selvatiche e delle strisce di cielo negli occhi; il tempo del respiro sopra la giacca e fra gli steli che reggono come fiori i miei capelli. E’ l’abbandono dell’essere al momento della congiunzione dei corpi, supplice attesa, spasmodica smania, Essenze ritrovate.
Nella hall siamo accolti con cordialità e affetto, mentre il nostro entusiasmo fatica a restare celato e così senza farti notare e con finta noncuranza mi sfiori il fondoschiena soffermandoti sulle sode rotondità dei miei glutei per palparle e pregustarne il piacere al tatto.
I sensi si eccitano, come lenti e sinuosi movimenti rettili e appaiono sul nostro viso quando ci accarezziamo con gli occhi di vellutata voglia. Adoro soffermarmi a guardare la tua bocca e m’incanta il tuo sorriso. Ti ascolto mentre parli, odorando il tuo alito, e mi confondo, perdendo il filo delle parole, poiché il pensiero corre già verso la stanza per distendersi sul letto, dove mi prenderai, dove ti accoglierò.
La gentilezza del nostro garbatissimo ospite che vorrebbe trattenerci a dialogare offrendoci un caffè, contrasta col nostro desiderio di ritrovarci soli, il viso vicino, gli occhi dentro gli occhi,  il calore inesauribile dei corpi, i leggeri fremiti sotto i vestiti. Tutto incorre in questa voglia reciproca di scoprirci i corpi, nudità elette e primizie, garofani dal lievissimo aroma di maggio e luci, luci colorate a tingerci di nuovo gli sguardi. Quanta bramosia trapelano! Non insiste mai, poiché sa cogliere nei nostri volti ciò che s’agita dentro noi, in profondità, quel desiderio di restar soli, accartocciati fra le lenzuola, sospesi fra ore e minuti gravidi di senso …
Poco dopo ci ritroviamo nella camera da letto ed è sempre come la prima volta. Quel mio lieve timore iniziale, l’esplodere della tua voglia repressa da tempo, respiri e mugolii, il mio corpo che sembra diluirsi a contatto delle tue mani esperte e della tua bocca insaziabile.
Fammi di te! Fammi d’amore! Ho bisogno di perdermi per ritrovarmi!
Fuori cadono lentamente le foglie svolazzando in brevi tratti di cielo. Ne accompagno l’invisibile viaggio, amate compagne del mio tempo d’amore.
 


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   l'immagine è di Issa Gold 

Il tuo Nome e mai più

© Greta Rossogeranio 

 

 

I Sensi sono la mia ragione di vita.

Gli arabeschi descrivono radici arcane e geometriche ed io sono l’unica a conoscerne il segreto.

I motivi corrispondono a giochi di luce e d’ombra e riproducono il microcosmo e le chiavi di tutti i desideri.

 

Tutto nella mia vita è mirabilmente sprogrammato, come una scultura di sale che la pioggia ha disfatto e spazzato via.

I disegni astratti, gli steli privati del loro tributo vegetale diventano linea, traccia, qualche volta lo schizzo di un Sogno.

O di un Incubo.

Il Destino guida la mia mente e la composizione acquisisce una propria logica.

 

Ci vogliono due ore per riunire le nostre città, tatuate in seno all’interminabile Lungomare.

Eppure alla guida della mia auto veloce ho la sensazione di pilotare un razzo verso un altro Pianeta.

E’ la prima volta che vedo la notte dominare il mondo e la luna splende come sa fare solo nelle poesie, rischiarando anse e anfratti ai lati della strada deserta.

Ogni cavità si svolge come un caldo piacevole segreto intimo, qualcosa d’ignoto alle relazioni inguantate negli uffici dei palazzi con i vetri di cristallo.

Ho l’impressione che la strada si assottigli sino a diventare un tunnel iridato che corre sotto le mie ruote.

La brezza in corsa, i miei capelli, il corpo scollato, propaggini al vento con me stessa, che correndo da te, mi fondo nell’involucro spinto del turbinoso segmento.

 

Ammassi di chiazze nere stanno addensandosi, agonizzando il cielo.

Mi si chiudono gli occhi.

I meandri inghiottono ed i labirinti riportano a galla.

Gli arzigogoli, le volute e le spirali si rapportano alla mia esistenza, agli eventi lieti ed ai flutti fatali che annaffiano le vesciche d’acqua.

 

Con un colpo d’occhio visualizzo il cammino percorso, difficile evadere da queste figure.

Io voglio rimanere libera e sottrarmi da questo reticolo; preferisco disobbedire alle convenzioni.

Dove mi porterà quest’anima vagabonda?

La mano urta sul bordo esterno della corsia nuda, non so se potrò indovinarne il seguito.

 

Il tuo volto mi racconta storie di viaggi senza meta e porta con se l’odore dolce della pioggia lieve che picchietta sui vetri.

 

Ti risento pulsare nelle vene, come ogni volta.

 

Intorno è cecità profonda.

L’insonnia che coglie le ciglia a brandelli, come fantastici animali a due teste, lanciati in direzioni opposte.

 

Quel poco di luna rimasta, m’illumina le gambe per indicarmi di resistere e non addormentarmi.

L’astro mi lancia un sorriso benevolo, le palme delle mani sono orientate verso di lui, aggrappate al volante per catturarne l’attimo, fuggente.

Lo lumeggio d’oro per serbare la sagoma, con le dita che scorrono rotonde sui contorni maestosi.

Le vecchie diciture sono ridotte in cenere e la nostra pagina non è più immersa in una volta celeste.

Intreccio le dita per cogliere il delirio delle nubi che gemono sul trono, squarciate dal brivido della Mala Pianta, il fulmine errante a forma di spirale, che si sta scatenando sulla terra.

 

Mi addentro nel mistero ed i colori si confondono.

Le macchie d’oro sulle tenebre brillano con insistenza, seguendo la traccia dei bagliori lucenti.

Lo sguardo si posa sul tuo emblema, un’ampolla di succo riempita di nuovo, dopo sette anni d’oblio.

 

Di te non mi è rimasto nulla.

Ho la bocca secca e le orecchie erose dalla sabbia.

Ricordo solo lo scricchiolio del pavimento ad ogni tuo arrivo o quello che sentirò tra poco, al mio rientro.

L’ultimo esercizio arido che disseta il mio solco profondo.

 

Raggiungerti ancora mi toglie il dispiacere del sonno.

Dormire come una perdita di tempo senza imparare ad indovinare la superficie nascosta.

Nessuno ha segreti per gli altri; ma solo per se stessi.

 

Spingo il pedale del gas e rimango vigile.

L’aria è sospesa in una boccia di vetro sulla notte, non s’odono nemmeno i rumori degli echi che giocano a rincorrersi.

I minuti si addensano come latte cagliato ed attendo evoluzioni arcane pur restando sul trono rombante.

Provo a pronunciare il tuo nome, impacchettato in alto dentro una meteora che precipita al contrario.

 

Mi cimento in esercizi complessi d’acrilico mentale e le punte delle mani lasciano scie spesse e vigorose come lame di coltello.

Le linee si spezzano, si rompono, s’inarcano a mio assoluto piacimento.

Non ho mai seguito le regole e ti ho quadrettato nel vuoto.

Senza paura di offenderti né di farti male.

Ogni volta, con qualsiasi parola.

Immergere le tue lodi sulla mia colla e stracciarla come carta di giornale.

 

Gli aghi d’acqua mi stanno cadendo addosso sotto la pioggia prevedibile per questa occasione.

 

Dall’altra parte non vedo più la terraferma, ma una striscia di mare nero che rotola in un moto vorticoso.

La schiuma inonda le anse e si ritira con la stessa intensità.

 

Non mi resta che invertire il ricordo.

L’arma che impugno sgrossa la fibra, e rincorre il tuo viso, il petto vigoroso e il ventre elastico.

 

Sto assaporando i liquidi sciolti, cogliendo il significato della mia opera e conoscendo il Senso della tua dipartita.

I lineamenti si confondono con le memorie e le pagine dei diari; il riflesso delle mie sentenze li ha sempre disturbati.

 

L’orizzonte filtra i primi raggi dell’aurora ed un cielo piatto e contrito, come carta carbone, annuncia la fine imminente.

 

Pioggia scrosciante per il primo mattino.

 

Entro in casa ed un odore di zolfo impregna la stanza.

Nulla che riveli il passaggio della luna, nessuna composizione, né un disegno placcato.

Nemmeno un granello di rena.

 

Di nuovo inzuppo il pennino per segnare una pausa regolare e frustrante.

Vorrei che il mio fiato si rinnovi in velina assorbente e la mia pelle diventasse membrana di documento satinato.

 

Un pasticcio di lettere tozze agita la mia mano destra, quella colpevole.

La reminescenza conserva a lungo l’ultima goccia di sperma seccata sulla lama d’acciaio che si cancella ora, mentre sto scrivendo.

 

Non ho mai smesso di essere quella Donna che ha imposto gli ordini.

Sono la minoranza che ferisce in punta sull’avvenimento lucido, divenuto ricettacolo di un rivolo rosso.

Assorbo ogni stilla e procedo imperterrita.

Senza palesare.

 

Per dichiararti ancora una volta, conficcando la punta del lapis nelle tue membra.

La tortura dei Sensi più visibile all’occhio.

Una miniatura preziosa che segue la propria circonvoluzione.

Lo stelo obliquo che sfregia l’ondulazione delle carni, nella successione armoniosa di una grafia ribelle e feconda.

 

Ma l’acqua scroscia ed a sorpresa pulisce tutto.

Piove dentro le mie ossa, con bolle nere di acido caustico che brucia e corrode ogni lascito.

I ricercati ornamenti non hanno più ragione di esistere.

 

Nello scrittoio resta solo una busta ingiallita con le indicazioni originarie cancellate dallo strofinio.

Aprendola esce l’odore di polvere da sparo e di gelsomino.

 

Non so in che lingua mi parlerai questa volta; con quale inchiostro avrai lasciato il messaggio.

Il blu cobalto del mio potente e antico talismano o il rosso scarlatto dell’indole travolta sulle tue bocche da fuoco?

 

Una stilla bollente che scava voragini nel granito della colonna o l’acqua indomabile che trasforma le viscere e consuma il midollo.

 

Il foglio è rugoso e sciupato.

Lo strappo: né l’una né l’altra.

E’ battuta a macchina, in nero automatico.

Non si legge più niente.

 

Come un colpo di frusta, rispondo solerte sulla condensa di vapore che ha intriso i vetri della finestra.

 

“Il tuo Nome e mai più”.

 

 

…Fuori, svolazzano le foglie stropicciate dal vento.

Le loro arterie sottili, continuano a generare vita e clorofilla



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                                                                   SINFONIA D\' AMORE
 
Ed io ti amo. Amo il tuo corpo trasformato dal tempo. Ti guardo dopo l’amore. Dormi.
Le lenzuola accartocciate tra le gambe semiaperte, un braccio piegato sulla fronte e l’altro mollemente adagiato lungo un fianco, la mano ancorata delicatamente tra i riccioli del mio pube.
Vent’anni volati in un soffio di vento e siamo qui, pronti a scaldarci il corpo e il cuore come allora.
Mi avvicino piano a te per non svegliarti. Ti accarezzo i capelli spruzzati ormai di neve, i piccoli solchi attorno agli occhi, il ventre rilassato, non più tonico d’un tempo.
Una lacrima mi bagna il viso, piena di tenerezza e gratitudine verso la vita che ti ha unito a me.
Sorrido col cuore gonfio di dolcezza. M’incanta il suono lieve del tuo respiro, ed io ti amo!
Quando pazientemente raccogli le mie lacrime con un dito, quando uno sguardo ti basta per capire la mia fragilità di donna, quando ridi e torni bambino per un niente.
Ti Amo, quando sei Uomo e mi proteggi dal mondo, mi chiami principessa e in quell’istante il mondo mi appartiene davvero.
Amo le gioie, i dolori, i ricordi condivisi con te.
Continuo ad accarezzarti e lascio volare liberi i pensieri per saturare d’immenso amore la stanza che ci accoglie.
Chiudo entrambe le mani sul tuo petto. Vorrei fossero lo scrigno dove intrappolare il battito del cuore per riascoltarlo quando non sei con me.
Ripenso al nostro primo incontro, alla magia dei tuoi occhi nei miei, a come mi hai stregata in un attimo.
Ti Amo, quando dopo un litigio cerchi una tregua, ti accendi di passione e vuoi fare l’amore. Mi fingo restia per poi cederti a letto.
E’ bello, quando sei maschio e mi prendi con forza sussurrando parole indecenti.
Amo la tua pelle profumata di muschio, l’odore selvatico del sudore che lasci, le tue labbra calde sulle mie, la frenesia delle mani su di me, dentro me, i tuoi sapienti baci. Amo l’orgasmo che ci unisce e ci appaga.
Amo godere per te.
Vent’anni e sei qui accanto a me, ed io ti amo.
Quando mi fa sospirare la tua assenza e conto le ore e i minuti che ti separano da me e aspetto, con lo stomaco stretto, il tuo ritorno. 
Amo tutto di te.
Parlare con te, restare in silenzio sul divano raggomitolati come gatti, ridere, mangiare con te, camminarti accanto e correre sotto la pioggia e sentire il calore del tuo abbraccio.
Amo i tuoi pregi, i tuoi difetti, la follia, la generosità, i tuoi pensieri segreti, le fantasie più sconce, i nostri amplessi delicati o perversi.
Amo il tuo riflesso nello specchio, la tua voce stonata, la tua ombra.
Amo sognarti.
Ti amo, d’un amore denso, torbido e puro, sincero e cieco.
Amo invecchiare con te.
Un brivido t’increspa la pelle. Ti giri e con un bacio leggero sfioro le natiche nude. Tiro su il lenzuolo per scaldarti. Chiudo gli occhi e mi stringo forte a te. Dormi sereno e non sai…
Non sai, Amore mio, quanto ti amo.
 


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* l'immagine è di F. Coult


L’Amore così « Les feuilles mortes »
© Greta Rossogeranio
 
 
 
Ad ogni passo gli Amanti rischiano il vuoto.
Ondeggiano come acrobati su di un cavo sottile, senza avere la certezza della terra sotto i piedi.
.
Negli inciampi in diacronia, Lei ha smarrito l’equilibrio e vituperato la fatale consacrazione del fallimento.
La svestizione dell’Amore Primario nel cerimoniale disfatto e dormiente della Solitudine.
 
L’Autunno rimane nascosto dietro le fioriture d’eriche e crisantemi, le false primavere di glicini e rose a surrogare i passiti colori.
La terra giace sventrata dagli aratri e spogliata della sua chioma più bella.
 
L’Amore così.
In questo giorno d’ottobre avanzato, con le more riarse che ciondolano dai roveti avvizziti, come ombre di fantasmi ostinati di ciò che era ed ora non è più.
In fila i gerani stecchiti ostentano un aspetto anoressico; la materia cromatica rosseggia sulle spesse coltri d’aralie, svettando tra i mucchi di lamine spazzati dai buffi di tramontana.
Color del miele, ocra, brace e fango.
Les feuilles mortes.
 
Si respira l’aria tremula in una veduta obnubilata; le glabre propaggini richiamano la sindrome morbosa di una fine abrasiva imminente.
 
La scarmigliata bellezza della lontananza ideale, mi retrocede innanzi.
Mi fermo davanti alla sua casa, quella trasparenza imperfetta e prigioniera di colonne di luce al bagliore d’ambra, che infilza gloriosa gli interstizi sulfurei di un cielo ingombro di nuvole.
Il tormento raccapricciato nei rovi arruffati della memoria, è una solenne rappresentazione d’attesa.
 
Il posto è vetusto e fatiscente, un oracolo cieco di finestre occluse da viticci spogli e cuscini di viburno abbarbicati alle pareti.
Una breve rampa di scale diroccate conduce all’ingresso principale, esposto alle intemperie.
 
Comprendo che non sono più all’aria aperta ma ingoiata di dentro.
Ho ancora la chiave, apro la porta.
Un labirinto di polvere danza sull’unico raggio di sole infiltrato dall’uscio; ogni angolo è smussato e costretto da una trina di ragnatele cascanti, a guarnire una suppellettile e l’altra.
Un merletto geometrico che s’insinua dietro angoli, slarghi, lungo tramezzi oscuri di muri screpolati e conosciuti.
Lo spazio inglobato levita dentro di me; un travaglio subdolo che scombina in un disordine pericoloso.
La quiete spogliata dal silenzio.
 
Scivolo mimetizzata dentro passi ticchettanti di Donna, attraverso buchi guardiani che corrompono e mi fermano il respiro.
Non è l’assenza dei rumori che m’inquieta, che sfugge al mio controllo.
Eccola. E’ Lei.
 
La figurina mediocre, rattrappita sul sofà di vimini di foggia antiquata.
Pupille chiare, fori galleggianti; una sensibile Creatura dagli occhi subacquei, sommersi e infelici.
Le mani bianche terminano con dita lunghe e affusolate, reggenti delle corde flebili, indistinte.
Dal suo sguardo il segreto non può essere svelato, né descritto.
L’intimo rimane nascosto sottopelle.
Chiuso, straordinariamente poco appariscente come la sua persona, come il volto.
Tiene tutto dentro, in questa camera vuota di confidenze e desideri schiacciati, ma non ammansiti.
 
E’ impazzita, da quando lui se n’è andato.
Bevendo, rubando, elemosinando attenzioni sempre troppo fugaci.
 
…Lo conobbe poco più che bambina, pubere, integra, come la madre l’aveva concepita.
Indossava una mutandina di colore rosa rannicchiata fra le natiche, ed esibiva il piccolo busto gracile in una fodera in scampoli di pizzo.
 
Lui la vide in un vespero velato come questo.
Ubriaco e fomentato da una fregola di carnale sevizia, la caricò sul mezzo.
Trine e prime mestruazioni insieme; tracce in rilievo per la mappa isometrica di un luogo vergine e sconosciuto.
Conficcò la propria virilità nell’innocenza e una volta che la ferita fu rimarginata, se la custodì in casa, insegnandole ad ubbidire ed a chiamarlo Padrone.
Apparentemente era gentile, le sue espressioni racchiudevano la malinconia di chi era stato addestrato e ordinato a prendere i sacramenti.
La testa rotonda e leccata, sembrava attorniata da una di quelle aureole assegnate ai famosi peccatori dei libri illustrati di catechismo.
Vegetariano di devozione, precettava ovunque: la carne, mai.
 
Fu così che iniziò il massacro e per sostegno, Lei si aggrappò a me…
 
“Sei venuta”.Mi pare di udire piano nella muta terribile d’altra veste, la sedizione accoppiata ad un paio d’occhi vaghi, stagnanti e non lucenti.
 
Le barbe filanti di bagliori stanchi, ci spiano attraverso le persiane dei vetri.
Lei sprofonda sempre più nella poltrona, con il mozzicone spento al lato della bocca.
Le sue dita giocherellano con i lembi di corde molli, intricandoli incessantemente.
Alcuni fili roridi sulle tempie accentuano quell’aria da inferma bastarda che permane nella piega morta delle labbra.
Mi guarda con un sorriso opaco e muove le spalle per farsi scivolare addosso il negligé eburneo in seta e d’impeccabile pizzo.
I seni rimangono scoperti. Sono morbidi e pallidi; i capezzoli di un tenue rosa profondo con merlature verticillate di lampone.
Ha scostato un poco i reni e divaricato le cosce, per mostrare le insegne galliche della sua intimità, in un riposo tacito, mesto e contratto.
 
“Eccomi”. Si ode nel contempo.
Il mio corredo sensorio inizia a fluire in una torsione meditativa.
Lei continua a fare e disfare nodi.
I lacci in apparenza strettissimi, si sciolgono in un colpo tirandone il margine.
Una parodia di sicurezza.
Come le Parche, che intrecciavano i fili per riannodare e slegare i destini.
 
La cenere della sigaretta è sparsa sul tappeto.
Assolta nel contemplativo realizzo che la piccola fune leghi tutt’altro che aria vuota.
Il barlume dei pertugi la rende luccicante, come un intreccio di lega metallica a comandare l’approssimarsi dell’evento.
 
La Storia inizia qui, in questa stanza spoglia e disadorna.
Allungo il braccio e tocco le sue dita, portandomele alla bocca.
Io le ho calde.
Per quanto mi riguarda, tutto ha avuto inizio da una stretta e da quello che allora prendevo per mano.
E’ da quell’incavo che Lei è esistita, da lì il mondo l’ha creata e assecondata nel suo onnivoro fondamento. Le falangi carezzevoli guidate verso i vestiboli acquosi che celano i miei bulbi umidi e stanchi. Orbite sprofondate in profonde pozze di preghiera.
 
L’Amore così.
Resistito in tutti questi anni au pas de valse, in un’infatuazione arcadica, con le mani congiunte a recidere fiori. Giravolte all’aria sulle sciabiche note di pungoli audaci, nella pascolante fluidità di qualche nota canzone.
 
Se dovessi chiedermi perché l’ha fatto, non saprei rispondere.
Forse, riesco a spiegarlo in un solo modo.
Io che ho tenuto le Sue carni strette alle mie e vi ho sentito le vene picchiare selvaggiamente, non sono potuta penetrare con abiti sterili solo per il piacere di avere vinto ed esserle resistita.
Il cerchio intorno ai nostri cuori non è mai stato stretto più di quanto avrei potuto sopportare.
Nessun cappio intorno ai colli, niente catene a vincolare i nostri polsi.
Così quel cavo si è allentato, lasciando corda a sufficienza per non ripararsi.
 
Corro fuori, rapita dalla spettrale alterità di un groppo impalato nel petto.
La prodigiosa coscienza che per serbare un Amore, occorre ogni volta saperlo perdere.
 
M’incammino verso il Mare, in uno di quei crepuscoli spugnosi dove va a sradicarsi la frusta del vento.
Una dopo l’altra, le falci delle siepi accartocciano milioni d’occhi e s’inchinano verso la terra.
Il mare allarga e si richiude su di me.
Rivoli d’acqua sbuffano a riva come gomitoli slegati e sciolti.
Il grande bacino liquido invita all’introspezione di un Autunno malato.
 
Lo stormire degli uccelli pare il fruscio di sottane in taffettà di donne in fuga, scappate per sempre.
L’anno si ripiega su se stesso, inzuppato d’umidore che sale lento dalle suole delle scarpe.
Ogni cosa sta per fermarsi, stupita.
Il freddo oramai si addensa in una promessa di ghiaccio.
 
La conserverò per sempre.
Intatta.
 
L’Amore così.
Reclina il capo e sposa l’Inverno.




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Nel mio autunno scorrono vene di primavera

E’ il privilegio di esserti amante

Riduci il mio sguardo a schizzi di fuoco

nella frenesia del cercarti

per apporre alla tua pelle petali

di nuova fioritura

mentre rivoli di calda rugiada scorrono

fra le mie cosce dischiuse

 



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Fretta nel ventre e tanta voglia di te.

Così respiro e guardo il cielo, impalpabile miscuglio di esterrefatta magia, nel silenzio dei nembi.

Ascolto il mio ventre che chiama,  mentre incerto il giorno si allunga in ore di trasognata libertà.

Il tuo cullarmi le ore di smisurata voglia e languide carezze, così incedo in passi stentati a rincorrere il tuo fiato. Che si allontana,  involontariamente coinvolto nella fretta che non s’addice all’amore.

Hai mani di velluto e dita senza artigli per lambirmi la pelle e segnarla nella tua appartenenza.

E’ calata la sera come un sipario. Ombre intorno, annuso il crepuscolo reso d’oro dalla luna.

Il mio ventre ha fretta, di te.



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